Anastasia ovvero Dell'educazione saffica - 3

di Petra Karola Von Nekuya

Per un po' di tempo non mi fecero lavorare. Poi, un giorno, venne di nuovo da me il vecchio giardiniere e mi disse di seguirlo. L'uomo mi portò in una stanza del primo piano dove, distesa sul letto, c'era una ragazza alla quale dissi che io mi chiamavo Anastasia e che sarei stata la sua compagna. La ragazza, che era bruna come me e però aveva gli occhi chiari, si chiamava Gloria. I primi giorni che uscimmo insieme a lavorare nei campi non mi rivolse nemmeno una parola.

Nel profondo di me stessa ero offesa con Gloria. Presto questo sentimento si tramutò in odio. Odiavo l'assenza che regnava negli occhi azzurri di Gloria. Mi rendeva invisibile e mi annientava. Un giorno, con la scusa di essere stanca, convinsi Gloria a lasciare per un istante il lavoro e a venire con me nel boschetto di betulle che circondava il prato. Come fummo tra gli alberi, afferrai Gloria per le spalle e tentai di baciarla sulla bocca. Gloria capì le mie intenzioni e cominciò a dimenarsi come un'ossessa. Aveva le unghie lunghe e mi graffiò un seno che si lacerò profondamente. L'odore del sangue mi diede alla testa e fui accecata da una rabbia mista a un desiderio sempre più esasperato. Mi avventai su Gloria e, travolgendola, la feci cadere a terra. Con un ginocchio le schiacciai il ventre fino a toglierle il respiro e con una mano le strinsi violentemente il collo. Dopo averla completamente immobilizzata e ridendo come una folle, mi chinai su di lei e cominciai a leccarle le labbra, a cercare forsennatamente la sua lingua. Dopo qualche istante sentii i muscoli di Gloria rilasciarsi e la sua bocca allargarsi per accogliere il mio bacio. Con le bocche incollate l'una all'altra cominciammo a masturbarci reciprocamente. Le dita di Gloria mi stuzzicavano contemporaneamente la fica e il culo. Allora anch'io desiderai il culo di Gloria e lo cercai con il dito. Quando Gloria godette sentii il suo orifizio stringersi e allargarsi, pulsare come un cuore agonizzante sulla freccia del mio dito. Presto fui allagata dal piacere e cercai nuovamente la bocca di Gloria.

Avevo fatto l'amore con due ragazze e però ero ancora vergine. Il mio corpo volteggiava in un puro etere di dimenticanza.

Presto anch'io dovetti separarmi da Gloria (che ora amavo morbosamente). Il giardiniere venne da me nel cuore della notte e mi fece entrare in un baule di ferro blu che venne subito portato via. Quando lo riaprirono e mi fecero uscire mi sentivo trasformata. Ero tutta vestita di nero e avevo delle scarpe di cuoio scuro con i tacchi alti e taglienti. Avvertivo sul volto il velo di un trucco pesante. Il vecchio mi disse che, se lo desideravo, potevo andare a salutare Gloria. Quando entrai nella stanza della mia amante fui sconvolta dal modo in cui il suo occhio azzurro fissava le mie labbra. C'era uno specchio nella stanza e in esso vidi che la mia bocca era dipinta con un rossetto cremoso e rosso come una ferita. Sotto quella nuvola spessa e voluttuosa le mie labbra parevano essere andate a fondo e risucchiate nel nulla. Gloria non staccava gli occhi dalla mia bocca e in quel momento capii che non avrebbe mai avuto il coraggio di baciarmi (perciò la sua disperazione eccedeva).

L'essenza della donna è nella sua apparenza.

Ero diventata d'un tratto fredda come un pesce e, freddamente, comunicai a Gloria che erano arrivate le Signore e che sarei dovuta andare via. Gloria non disse nulla e rimase sola (si era rassegnata alla solitudine). Dopo che ebbi lasciato Gloria la mia vita alla villa cambio. Non vidi più il giardiniere e aprresi che non dovevo più lavorare nel giardino (i miei abiti troppo eleganti non me lo avrebbero permesso). L'unico obbligo a cui ero sottoposta durante il giorno era la lezione di scherma. Per essa mi cambiavo e al posto del vestito nero e delle scarpe alte indossavo una tuta bianca di cotone. La sua morbidezza un giorno mi fece venire. A contatto con le mie cosce mi ricordava la lingua di Gloria.

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