Anastasia ovvero Dell'educazione saffica - 4
La lezione di scherma era collettiva. Oltre a me vi prendevano parte molte altre
ragazze. Con esse, non scambiai mai una parola (non c'era uno spogliatoio comune e,
durante la lezione, eravamo obbligate a tacere; chi violava il silenzio, era punita
atrocemente con le sciabole).
L'insegnante di scherma era solo. Non potevamo vedere il suo volto perché non
si toglieva mai la maschera. Fin dal primo giorno, tuttavia, ebbi la certezza che fosse
una donna (infatti, nelle sue mani, per quanto fossero abili, la sciabola non cessava di
apparire come una protuberanza innaturale e per ciò fascinosa). Alla fine di
ogni lezione, l'insegnante sceglieva una ragazza e la conduceva con sé. Da
allora quella ragazza scompariva e al suo posto ne veniva un'altra.
La curiosità di gettare l'occhio oltre la maschera dell'insegnante divenne presto un tormento dolce e lacerante.
Un giorno, durante una lezione, una ragazza violò l'ordine del silenzio.
L'insegnante la sorprese mentre sussurrava qualcosa all'orecchio della fanciulla che le
stava accanto. Subito venne ordinato a due ragazze di prenderla e di legarla.
Così la colpevole fu trascinata in fondo alla palestra e incatenata mani e piedi a
degli anelli di ferro che erano infissi alla parete. Quando fu immobilizzata, l'insegnante
le si avvicinò e, con un colpo secco, le strappò la tuta. Due mammelle
enormi e turgide scivolarono fuori dallo strappo della tela. Allora l'insegnante
cominciò a strizzare con le lunghe dita e ad accarezzare con il palmo aperto
della mano il seno della sua vittima finché i capezzoli si eccitarono e divennero
eretti. Mentre faceva ciò, le disse che non c'era nulla di più crudele
che morire nella pace dei sensi. Bisognava morire eccitati, con la brama nelle viscere,
e la sua bontà aveva deciso di risparmiarle l'infamia di una morte
sobria.
Allora l'insegnante si allontanò di dieci passi dalla giovane. Estrasse la sciabola
dal fodero, la impugnò e la puntò verso il cuore della giovane. Poi
cominciò a correre verso la ragazza (che ora pareva di pietra). In quegli istanti
il tempo rallentò come se fosse esausto di se stesso. Il volto della vittima era
scosso da un singhiozzo nevrastenico e le sue forme si accartocciavano in espressioni
sempre più ebeti e grottesche (in quell'immagine ignobile, del resto, non
cessava di permanere qualcosa di elevato). Infine il suo occhio si dilatò (pareva
voler schizzare fuori dall'orbita) e per un istante parve assurgere al deliquio dell'estasi.
Poi nella mente della ragazza dovette scendere il buio.
La ragazza non venne trafitta. L'insegnante arrestò la punta della sciabola a poche dita dal suo petto. Afferrò per i capelli la ragazza e ne sollevò il capo reclinato. Nell'assenza delle sue pupille si scorgeva l'avvento del silenzio.
La revoca della morte ammutolisce ciò che resta della vita (oppure - concede soltanto la parola della demenza).
Nei giorni seguenti, tutto riprese come se niente fosse accaduto. La fanciulla che era stata punita scomparve e non si seppe mai dove fosse stata nascosta. Era certo comunque che non era morta (almeno se la follia resta pur sempre una forma della vita). Il ricordo dei suoi occhi appannati non mi lasciò per molto tempo. Essi divennero per me l'immagine della tristezza.
Le lezioni di scherma continuarono divenendo di giorno in giorno più violente.
Sapevo che ci stavano insegnando a uccidere. Questo mi era del tutto indifferente.
Molto tempo era passato da quando ero stata rapita e, nella vita della villa, la mia
coscienza morale era andata a fondo nel niente. Sempre di più mi sentivo come
spossessata di me stessa. Tutto ciò che vivevo mi appariva assolutamente
naturale e, in un certo senso, come sotto il giogo di una necessità che era
temerario voler comprendere. Le lezioni consistevano ormai in veri e propri
combattimenti. Chi non riusciva a vincere la propria ripulsa all'aggressività,
veniva punita con la frusta, ma non dall'insegnante, bensì dalla stessa ragazza
con la quale avrebbe dovuto combattere il giorno seguente.
Spesso nei miei occhi si leggeva il desiderio di frustare una ragazza.
L'insegnante dovette accorgersene e però non fece nulla. Sapevo che sotto la
sua maschera rideva segretamente.
Per me, l'immagine della coscienza è la farfalla, il più effimero dei viventi.
Finalmente, un giorno, l'insegnante mi ordinò di frustare una ragazza
(interpretai questa decisione come il segno di un'intesa segreta). Legai la vittima al
muro e senza esitare le strappai la tuta scoprendo una schiena bianca e meravigliosa. La
visione di quella carne integra raddoppiò la mia furia e la volontà di
lacerarla. La frustai senza pietà finché svenne e fu portata via. Durante
il supplizio, la mia vittima non aveva pianto né urlato. Questa introversione era
il segno del suo odio e della sua volontà di vendetta. Io me ne compiacqui e ,
durante la notte, attendendo il combattimento, mi masturbai selvaggiamente fino ad
ardere come un cratere.
Eruttavo piacere come un vulcano la sua lava. Come mi attendevo, l'indomani la lotta
si scatenò con violenza inaudita. Umiliai la mia nemica fino a farla scoppiare
in un pianto così rotto da mostrare senza veli la sua prostrante
impotenza.
L'insegnante fu contenta di me e alla fine della lezione mi disse di seguirla.
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